Cari facinorosi, mi ero preso l'impegno
di raccontarvi di questo fine settimana. Eccomi.
I progetti: venerdì fino alle 15
scrutini, poi via di “corsa” verso il festival di letteratura
della Vallarsa (http://www.tralerocceeilcielo.it) con ritorno di notte; sabato mattina Collegio Docenti
a scuola e poi via per un we, il primo di settembre, nel gruppo delle
Marmarole, sopra Auronzo di Cadore con Marco e con notte
rigorosamente in bivacco. Saltata! :-(
L'incastro dei vari momenti richiede
abilità. E questo mi piace. Cercare di far combaciare mondi diversi,
comunque miei, mi piace. Il lavoro, il festival, il lavoro... il
bivacco. Ci ho provato.
Venerdì esco da scuola con un'ora di
ritardo. Ahia: come arrivare alle 17 in un piccolo borgo della
Vallarsa dove quattro vecioti, quello che rimane della prima cordata
italiana che nel 62 ha scalato la parete nord del “famigerato”
Eiger, raccontano della loro vita di montagna, della loro salita? Ho
già un'ora di ritardo sulla tabella. Pazienza. E così io e Cristina
ci lanciamo a 170, 180 in autostrada verso la Valdastico.
Primo stop. La natura si impone a noi
rallentando con forti raffiche di vento, pioggia e... tromba d'aria
all'orizzonte la nostra corsa: velocità massima 100-110! Spettacolo,
puro spettacolo: un cielo carico di acqua e luce a soli 300 metri
sopra di noi impazzito corre verso sud; più a nord una formazione
nera, nerissima, quasi a vortice sembra presagire il turbinio di una
tromba d'aria. Più a ovest, la magia della montagna: le prealpi
illuminate dal sole che si incunea tra la massa nera e lo
schiumeggiare di un mare di nuvole che assale le cime alle spalle.
Mai vista una distribuzione di nuvole candide, bianche e tratti
trasparenti tali da sembrare un imponente piana ghiacciata stesa tra
le cime. Islanda? Antartide? No, il Pasubio, il Cornetto e il Carega,
le prealpi vicentine. Proviamo a scattare qualche foto bagnata, ma
come sempre, come sappiamo benissimo noi facinorosi, impossibile
imbrigliare con pochi miseri megabyte, tanta meraviglia, tanta
energia.
Stiamo bene. Con stupore maciniamo i
chilometri che ci separano dalle montagne illuminate, non più così
distanti. Passato Schio la strada, finalmente, sale.
Un occhiata al retrovisore e... altro
stop. Il cielo nero che incombeva sulla pianura ha lasciato il posto
ad un arcobaleno doppio a tutto sesto: raro perchè doppio, ancor più
raro perchè completo. L'ultimo così bello l'ho visto in un disegno
di Franci di tanti anni fa.
Saliamo, il piede pigia e rapidamente
ci avviciniamo al passo del Pian delle Fugazze.
10 secondi, dico, ci sarebbero bastati
10 secondi di anticipo per non “perdere” tre quarti d'ora. Da una
strada laterale, a 30 metri dalla mia auto si riversano
immediatamente centinaia di animali: pecore, capre, cavalli, asini e
pastori. Pazzesco: tutto e tutti ad occupare perfettamente la
carreggiata, nel nostro stesso senso di marcia. Accodati a questa
simpatica e leentissssimaaa carovana proseguiamo nel tempo, più che
nello spazio, il nostro viaggio. Un tratto di strada che avremmo
percorso in meno di 5 minuti ci ha richiesto tre quarti d'ora!
Immaginate la strada: una distesa di sterco di pecora, capra... Un
odore intenso di montagna trasportato ovunque dal forte vento che
spirava dal passo. Raffiche di capra, di erba bagnata, di roccia
muschiosa, una delizia per olfatti che amano i profumi veri, per
olfatti da facinorosi.
Tic, Tac... le lancette inesorabili mi
fanno temere che i quattro vecioti siano già al bar a “farse na
ombra de ros(s)o”.
Svalichiamo, entriamo in Trentino e
scendiamo la Vallarsa. Bivio, informazione, arriviamo e parcheggiamo.
La sala è piena di gente che si accalca sulla porta. La sala è
piccola e le finestre chiuse. La sala sa di alpinismo, anzi, di
alpinista. Avete presente l'odore in macchina (sequestrata) al
ritorno dal Dorigoni? Niente a confronto.
Chissà perchè ma tutto ciò mi piace
e aumenta in me il desiderio di ascoltare l'ultima parte della
chiacchierata iniziata fortunatamente in ritardo. Narrano di una
parete difficile, della loro gioia, della loro paura. Parole
semplici, gente semplice. Ma, chissà chissà, la testimonianza si
sofferma sul bivacco. Il senso del bivacco nell'andar per pareti di
roccia. Chi ne parlava in termini poetici riferendosi a bivacchi
previsti al chiar di luna, chi ne parlava con terrore raccontando di
bivacchi forzati, a 18 gradi sotto zero, con la tormenta che ti gela
e incrosta i capelli di ghiaccio (beh, vi ricordate il Vioz con la
tormenta?... nel nostro piccolo che piccolo non è).
Pensate, una volta si sono trovati a
scendere di sera una via sul Bianco e uno di loro doveva essere
l'indomani in chiesa perchè testimone di nozze del fratello. Solo
che di mezzo c'era il Monte Bianco e non avrebbe fatto in tempo. In quel periodo il traforo non era ancora agibile ma in via di
costruzione. Illegalmente si sono fatti 12 chilometri al buio totale
non avendo lampade a disposizione, tastando con la piccozza per terra
(mancava l'asfalto e la sede era attraversata da buchi per il
passaggio di cavi e tubi) uscendo la mattina dopo dal versante
italiano, eludendo la sorveglianza e... arrivando in tempo in chiesa!
Favolosi.
Finita la chiacchierata che comunque
contava anche altri alpinisti di fama mondiale degli anni 70 e 80, 10
minuti di pausa e poi la musica della neve.
Questo è un dono inatteso. Si
tratta di due tizi, Davide Sapienza e Giuseppe
Olivini, il primo legge il secondo suona. Lo spettacolo è tratto da “La musica
della neve. Piccole variazioni sulla materia bianca”
di Davide Sapienza. E' il tentativo di trasporre la neve in musica
attraverso paesaggi tempi e luoghi interiori “e trovano la via per
mostrare i colori della neve e svelarne i misteriosi discorsi”.
Particolare l'ambientazione: al buio con pochi led luminosi, i due creano un'atmosfera fatta di suoni lievi di strumenti strani e
parole che legano il mondo bianco, l'esperienza di quel mondo,
all'origine interiore di emozioni che sgorgano dal rapporto intimo
con la natura, con Madre Terra, con la Creazione.
Il
tempo scorre e usciti da questa lenta atmosfera ci dirigiamo verso il
“tendone” per mangiare un boccone e partecipare all'ultimo evento
della serata, ma prima... una luna che voleva spacciarsi per piena,
tra le nuvole e le cime, appare e scompare nel cielo dall'aria tersa.
Altro input, altri indizi che la natura ci pone li. Da sempre.
All'ultimo
evento partecipano diverse persone: Margherita Hack per motivi di
salute si collega in diretta via Skype, ma poi altri che viaggiano e
lo fanno lentamente. Il tema è “il paziente camminare di
chi ha per meta il viaggio e non l’arrivare, la gioia dell'andare
lenti”. Chi parla dei suoi trekking con gli asini, animali
intelligenti con forte “personalità”, chi del suo andare in
bici, chi del suo andare a piedi. Esperienze di persone che hanno
percorso chilometri nel mondo e probabilmente nell'animo umano. Si
parla di quel senso del tempo camminato a piedi di cui non abbiamo
più misura: misuriamo le distanze temporali in unità di tempo
veloce, 5 minuti in macchina, 3 ore d'aereo, più difficilmente
riusciamo a stimare distanze in “tempo lento”.
Noi facinorosi a Peio ci riusciamo.
L'attraversamento delle valli e l'imposizione di “ritardi” dovuti
alla mancata coincidenza dei mezzi pubblici ci ha dato l'occasione
per “stare”, anche a “scapito” di un rientro al buio.
E
poi ho finalmente trovato una dicitura che da tanto cercavo. Ho
sempre pensato che non esistesse il “brutto tempo” (vedi le
nuvole del Vioz, o la pioggia, la grandine...): adesso so che si
chiama “tempo diversamente bello”. :-)
Partecipando a tutto ciò ho
ricontattato molto del nostro modo di stare insieme, quello dei
facinorosi e dei loro simpatizzanti, sostenitori, forzatamente
confinato nel breve tempo estivo, qualche settimana se ci va bene,
così intenso e unito nell'ambiente che amiamo e di cui ci lasciamo
circondare.
Non è solo l'esperienza di una sosta
estiva dal lavoro, di un tempo che è segnato e a volte assediato da
tanti problemi e situazioni dolorose che premono. E' una necessità
del corpo e dello spirito di guardarsi dentro e di condividere ciò
con amici.
Risaliti in auto riprendiamo il cammino
verso casa. Questa volta la natura ci ha lasciati liberi di seguire
il nostro tempo cittadino e non ci ha posto “ostacoli”. Ma li
cerco, li voglio, e non si fanno attendere. Lungo un
rettilineo, la luna dritta sopra a noi illumina la striscia d'asfalto
umida bagnata dal precedente acquazzone. 100 metri, spente le luci
dell'auto, percorsi su questa magica scia d'argento.
Scendendo dal passo, dopo essere stati
ripetutamente avvisati dalla segnaletica che dice “pericolo:
attraversamento caprioli (o cervi, o camosci?)” un ultimo incontro:
un giovane capriolo, nel centro strada, io fermo abbasso i fari, lui
mi fissa e con il suo fare lento prende la via del bosco.
Cosa ci fa un capriolo in centro
strada? Forse si è lasciato attrarre anche lui dalla magica scia
argentea, forse si è lasciato incuriosire dal mare di piccoli
puntini luminosi che laggiù, lontani e visibili attraverso l'ampia
gola rocciosa, tremolano nell'aria tersa: lui non sa che quella non è
roba per lui, ma ne è attratto. Poi, lentamente, riguadagna il bosco
voltando le spalle alla città degli uomini mentre il tempo della
montagna continua, lento, a srotolarsi tra la faggeta, il sentiero,
il bosco, la roccia, la neve e il ghiaccio. Da sempre.
Ok. Bla, bla bla... e quindi? Dopo
questa piccola cronaca vi propongo tre cose:
- una domenica, meglio se sabato pomeriggio e domenica, sulle “mie montagne cittadine”, leggasi, gruppo del Lagorai, a un'ora e mezza da Padova, pura wilderness, niente di meglio che con i colori dell'autunno. In giornata si può. Ma se venite qui il sabato, o ci passiamo in compagnia la sera per raggiungere i monti domenica, oppure... BIVACCOOO!
- Lettura di alcuni brani del libro di cui vi parlavo. Li riporto sul blog, così perchè sia più comodo e rileggibile... ci provo.
- Scopro, ma non è una sorpresa, che non c'è nulla di così nuovo sotto il sole. Trovo in internet il seguente evento, trascorso ormai: SABATO 11 AGOSTO ORE 21 RIFUGIO BATTISTI, REGGIO EMILIA. VIVERE, LAVORARE, AMARE CON LENTEZZA, CON BRUNO CONTIGIANI E PIERLUIGI TEDESCHI. Ne sapevate qualcosa, voi amanti del Battisti? Chissà... tutto da vedere.
Vi saluto con un caloroso e affettuoso
“Buon dislivello”, a tutti voi e ad ognuno di voi.
mi colpisce il modo in cui leggi quel che accade, vedi, ascolti.
RispondiElimina-"la natura si impone a noi.." si allinea con una cosa letta su www.gromlibro.it che dice "un giorno ho imparato che è la natura, non l'uomo, a decidere i giochi..", anche quando all'apparenza è il contrario,aggiungo io.
- Il cielo dinamico, coi suoi colori e la sua energia, il doppio arcobaleno (una volta l'ho visto e fotografato a Peio dal balcone!), il gregge che rallenta il tempo ma non impedisce lo svolgersi del viaggio, la luna che si lascia scorgere tra le nubi, e infine il camoscio che vi guarda! Magia.. che il racconto comunica e permette di condividere. Bello!
Forse,infine, i racconti dei vecio, sia pur interessanti ed emozionanti, sono stati l'emozione minore, lo scopo del viaggio è divenuto "contorno". Mi incuriosisce molto però quel libro sulla neve. Quando pubblicherai le pag. su qx neo-nato blog le commenterò. A proposito, serve tutina nascita-blog? Disponibile in negozio a prezzo di saldo :))
ciao a tutti i facinorosi
diletta