giovedì 27 settembre 2012

La MdN parte seconda

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Tutto inizia quando il viaggio quotidiano si interrompe, il respiro si ferma e cambia ritmo, la neve arriva sempre uguale eppure diversa dal ricordo che ci portiamo dentro. Ogni fiocco è un suono puro e traccia i movimenti della musica, continua come una fuga scritta nell'universo per non cessare mai; ogni cristallo è lo sguardo della meraviglia, il grembo del silenzio, il tessuto di un abito della mente. Bastano i primi fiocchi per vedere il disegno di un nuovo mondo. Se ci pensate è una bellissima sfida, l'opportunità di cambiare registro, l'invito a riconoscere il ritmo della variazione sul viaggio. E poiché la neve è la placenta del mondo, essa è il viaggio nuovo che possiamo trovare nell'universo tutto racchiuso dentro il piccolo fiocco di neve, esattamente come fosse un seme.
È pur questo il semplice atto che mi ha spinto ad abbandonare la strada conosciuta per apprendere come accettare il dono della neve. Quando atterra e i passi la calpestano, io sono già parte della metamorfosi e se non esiste l'inizio, nulla abbiamo da temere, perché non esiste la fine. Alle spalle resta la materia bianca che ha prodotto la musica e davanti agli occhi si svela il cammino da decifrare. Dentro l'iride si delinea una mappa, le fibre ottiche precedono i sensi perché nella neve, i nostri sensi sono emozioni.
Quando i piedi rivelano il suono ovattato della neve fresca, possiamo sentirlo perché la neve produce il silenzio dal quale emerge ogni più delicato cambiamento e le sue note si con-
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catenano attingendolo dalla luce che il ciclo intaglia nella distesa. Lasciata la via principale, sostenuto dal silenzio del cammino bianco, vedo la neve e mi inoltro verso l'Oltre, consapevole che sarò in grado di riconoscere il compimento della lenta metamorfosi nel giorno in cui l'iride sarà
la mappa lucida come il mare e il ciclo dopo la tempesta. Avrò visto un'altra terra bianca. Avrò udito la variazione nuova. Avrò riempito i sensi. Avrò soddisfatto il corpo nella pienezza dell'avventura sentendomi parte di tutto.
Se penso ai cristalli di neve e alle infinite forme che possono assumere, immagino la conversazione con tutto ciò che hanno conosciuto. E quando mi appresto a compiere il primo viaggio attraverso la terra bianca, non mi allarmo se i punti di riferimento sembrano confondersi sino a perdersi nello spazio. Le ragioni della neve si radunano nella grande radura dei sogni, il suo silenzio si fa luce e provoca lo sguardo. Vengo catturato dalla materia bianca che è la mia sirena e il corpo sa che corteggiare questa amante concede voli immensi ma sottopone difficili enigmi;
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come in Song to thè Siren di Tim Buckley «[...] sono disorientato come il neonato, agitato come la marea» ma dico lo stesso «neve prendimi, e portami con te».
Ernest Shackleton, di ritorno dalla spedizione antartica 1914-1916 durante la quale perse la nave Endurance e vagò tra il continente bianco e i suoi mari per due anni, riassunse come segue con folgorante lucidità l'essenza del suo viaggio bianco in rapporto alla potenza della natura: «Eravamo arrivati un anno e mezzo prima con una nave bene equipaggiata e grandi speranze. Avevamo sofferto, fatto la fame e trionfato umiliandoci ma agguantando la gloria, diventando più grandi dentro la grandezza di tutto quello che ci stava intorno. Avevamo visto Dio nel suo splendore e ascoltato il racconto che la Natura ti impone. Avevamo raggiunto l'anima nuda dell'uomo».
Il viaggio della Endurance e i ghiacci del continente bianco sono stati un nutrimento importante nella mia vita. Da quei libri ho tratto grandi lezioni elaborate camminando nella neve, poiché l'astrazione, quando si vuole parlare di Terra, ha
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poco senso senza esperienza. Ho dunque sognato il mio viaggio bianco come un presente continuo, dialogando con questo desiderio per entrare nella terra bianca e andare verso il cuore del mistero. Ci sono stati giorni in cui ho avvertito che la materia bianca era stata generata da un sogno. Quella neve mi appariva come un dono meraviglioso che si concedeva al desiderio, il premio per averla immaginata e cercata.
A freddo penso che l'essenza della materia bianca risieda in un luogo senza coordinate, e che l'unico modo per poterla vedere sulla soglia del mondo è quando compie il suo volo libero nel ciclo. Ci sono giorni in cui esco con gli ski mentre nevica e scelgo luoghi solitari per stare in ascolto e perdermi. Mentre tutto si trasforma, io sono parte della metamorfosi perché la materia bianca si fa riconoscere prendendo la forma del tempo in cui vive. A che servirebbe conoscere le coordinate di quello spazio prezioso?, mi chiedo. E allora cammino con il viso bagnato nell'orizzonte bianco che è la mia casa.
Chi studia la neve, racconta di una magia. La neve inizia a cristallizzarsi intorno a un granello
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di polvere sospeso, a volte, sino a diecimila metri di altezza: ciò accade quando il vapore acqueo si condensa. La neve respira ad altezze per noi impossibili catturando un frammento di ciclo che conduce sullo stesso suolo dove i miei passi sentono il ciclo farsi terra. Le stelle sono i fiocchi riuniti a indicarci la via del ciclo, perché sono la conoscenza dell'universo e il desiderio di un sentiero sotto la neve è la mia immagine di un uomo che solca la montagna innevata. Arrivato in fondo al cammino bianco la mia anima è diversa, la percezione, lo sguardo e i sensi subiscono un'evoluzione invisibile. È anche ciò che accade a un fiocco di neve. Il suo volo neviga il ciclo e incontra le circostanze della pròpria storia sino a posarsi dove questa storia verrà raccontata dalla terra.
Quando osservo il blu terso sopra la montagna al mattino dove il colore si spalma sino a intingere i cumuli ventati nell'abisso azzurro, sento l'emozione che si fa movimento: la montagna di ieri non può farmi prevedere quella di domani ed è per questo che torno a lei per conversare con la neve. Io amo le mie tavole per-
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che sotto gli ski la neve parla di verità immutabili, dona la gioia pura e infantile dell'istante, e nel grande bianco mi concede la visione del passaggio di uno spirito veloce che vive nella terra. Ecco cosa penso di sapere circa la metamorfosi, la neve e le sue variazioni. Lei — la neve — tutte queste cose già le sa come sa che non esisteranno mai due cristalli uguali perché la vita è una ma le sue forme sono infinite.
È il segreto di chi viaggia la vita, come scrisse Fridtjof Nansen: «Che meraviglia queste corse sugli ski attraverso la natura silenziosa! Tutto intorno si distendono campi di ghiaccio immersi nell'argentea luce lunare; dalle gibbosità si stagliano qui e là scure ombre fredde i cui lati riflettono flebilmente il crepuscolo. Il tutto si fonde in pura e indescrivibile armonia. Certe volte aneli di poter tradurre queste scene in musica. Che accordi potenti ci vorrebbero per interpretarle ! ».
Come in tutte le storie, anche nella mia esiste un giorno in cui la decisione di uscire (anche metaforicamente) dal sentiero battuto è ma-
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turata. E da allora niente fu più come prima. Quando emergi da un percorso nel quale ti nutrì di desiderio e incertezza, mentre ti alleni per andare oltre il tuo rapporto con la fatica alla ricerca di un equilibrio, scopri che la musica migliore è quella dell'armonia, fatta di suoni che ti invitano ad aderire alla bellezza senza violentare il tuo carattere. Con la neve ho vissuto un vero rito di preparazione, nel corso di inverni durante i quali ho ritrovato le note pure lasciate in sospeso da ragazzo. Presa la decisione, espresso il desiderio, ho seguito due amici per un'escursione con pernottamento in una truna scavata nella neve. Non sapevo skiare ma quel giorno si trattava principalmente di camminare e poi nel freddo di inizio gennaio attendere l'alba in un luogo a me noto ma talmente trasformato dalla materia bianca che non potrò mai dimenticare quell'inizio così strabiliante.
Un anno dopo venne la mattina della prima escursione importante, impegnativa e ancora in notturna. Era arrivato il giorno di un altro incontro con la terra bianca, e dopo tante escursioni di scoperta e apprendimento finalmente la
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distesa dove uscire dalla strada battuta si presentava come una possibilità concreta. Ricordo tutto come sospeso, come se fosse fatto apposta per quel rito di iniziazione. Altre volte avevo risalito i pendii di casa sotto la luna ma questa volta sarei entrato nella notte per dirigermi verso luoghi a me sconosciuti per attraversarli e approdare altrove.
La partenza era stabilita per il tramonto e si doveva terminare nel cuore della notte, prima dell'alba, perché l'idea era di attraversare il territorio; per me significava anche viaggiare da un punto all'altro di me stesso per capire se la musica della neve poteva diventare la mia guida. Sentivo questa uscita come un viaggio sulla luna, non solo perché la sua luce argentea ci avrebbe guidato ma perché avevo immaginato la neve di alture mai visitate dai miei occhi farsi scandaglio delle emozioni in movimento.
Risalendo i tornanti della strada immersa nella neve il mio stomaco fremeva come quando sto per scrivere un testo che ancora non so bene dove mi condurrà. Il corpo, la mente e l'ambizione di fare un passo ulteriore verso la mate-
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ria bianca stavano per negoziare lo stretto che conduceva all'approdo di un desiderio a lungo covato. Dovevo liberarmi dai carichi superflui, idee e paure portate dentro per anni, e ricordo che osservando la distesa da dove saremmo partiti pensai che i miei ski sarebbero stati lo strumento per arrivare a qualcosa di più grande: la materia bianca, la neve ambasciatrice dell'orizzonte vasto. Come la scrittura, che conduce a mete più alte, così erano i miei piccoli vascelli:
Io ero la loro vela, il loro albero, il loro timone. Il loro capitano.
Alla partenza della piccola spedizione notturna la neve già indicava come arare la terra. Lasciai partire i miei compagni e mi soffermai a guardare la materia bianca, il ciclo che volgeva alla notte, le striature delle nubi e la strana quiete del territorio. Era quella l'immensità nella quale avrei camminato sino al nuovo giorno e io stavo chiedendo tanto alla neve, sapendo che sarebbe arrivata una risposta decisiva.
Dopo la prima risalita, superato un restringimento tra le rocce rallentai per osservare gli amici. Erano davanti a me e io stavo prendendo
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le distanze dalle paure del passato. La neve, così pareva, mi incoraggiava invitandomi a seguire attentamente la conversazione tra gli ski e il terreno: in breve il vento sarebbe giunto a rimescolare i bianchi cristalli posati a terra in una grande distesa bianca e in quel dialogo avrei potuto trovare preziosi consigli. I larici in lontananza si avvicinavano lenti, come se fossi io ad attenderli e non loro fermi sulla montagna che avrei presto traversato. I grandi sassi, parzialmente imbiancati e disegnati dai licheni, si avvolgevano alla terra come spiriti del nord adagiati lungo la conca; la terra bianca, e infine gli strati di neve, parlavano un linguaggio semplice ma non per questo facile da assimilare.
Davanti a tutto ciò, certo che sarebbe stata la prima e ultima occasione di quella sera, annotai: «[...] c'è un segnale di freddo sulle mie mani, nuvole che danzano un sensuale tango con i vapori del mondo su questa solitària via. Mi sembra che nella neve si capisca meglio il proprio destino. Colori impastati al cielo, venti nascosti e crudi, passaggi invisibili. Adesso che ho trovato un canto, lo seguirò e supererò il timore
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sino a trovare una strada accogliente per la mia visione che cambia».
Agli occhi di chi corre sulle vie del mondo, forse sfugge il lento scorrere dell'inconscio di fronte all'immensità della terra. Questo flusso è un cammino che non può essere soggiogato alle
ore dell'uomo e ogni volta che sono troppo impegnato a pensare a me stesso, accelero il passo e mi capita di perdere il segnale perché correre rende la terra più piccola e il tempo più incombente. Ci sono attimi in cui il cammino ci parla e rendere veloce un cammino nato per svelare qualcosa ci illude e ci inganna.
La materia bianca, in apparenza immutabile, è l'orizzonte in gioco lo svelamento di questa profondità che si fa superficie per attrarmi sulla nuova terra dove viaggio come un'emozione che
traccia un percorso. Per questo in ambiente, nelle distese bianche e tra le conifere, apprendo a rallentare e abbandonare le redini al destino: li cerco di seguire l'intelligenza dei piedi e superare i miei limiti più profondi di fronte alla natura che parla, e alla neve che si trasforma in una fuga di note.
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I miei amici erano sempre avanti. Ripresi la via bianca. All'orizzonte nel crepuscolo la loro traccia era evidente e il segno rosa nel ciclo brillava come il richiamo della notte quando annuncia il vento. Intanto la conifera si avvicinava, gli alberi giacevano immobili e la neve non si muoveva: ogni cosa era ferma e pronta a entrare in azione con il vento annunciato. Fatte le prime inversioni sul traverso che ci doveva portare a un passo senza nome, trovai l'amico Franco ad attendermi. Era fermo sul ripido e voleva battezzarmi davanti al vento, ai larici e alla neve. Mi stava insegnando a credere nella via invisibile e voleva che ciò accadesse nel cuore dell'inverno, così mi era sembrato. Il suo sorriso mi rincuo-rava ma nel buio che precede la risalita della luna nella volta celeste lo zaino si fa più pesante. Intanto gli ski avanzavano opponendo un secco rifiuto alla ragione che voleva ritirarsi da tutto ciò. Era come se le dinamiche in gioco provenissero da un mondo antico e il loro movimento fosse un sogno sul punto di materializzarsi. Per quel breve attimo provai la sensazione di essere una vela pronta a dispiegarsi. Passarono pochi
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minuti prima che il vento arrivasse violento contro il pendio e non potendo fermarci gli altri accelerarono la salita, mentre io ancora dubbioso proseguivo con il mio passo. Quando vidi l'ultimo compagno tuffarsi dentro quelle folate che si accavallavano come marosi, opposi resistenza alla cascata invisibile in caduta libera dal passo. Il vento sembrava andare proprio lassù a raccogliere le forze prima di farsi scagliare verso valle. I miei occhi lacrimavano indifesi, non so se per la puntura della neve o per la consapevolezza che stava davvero cambiando tutto: lacrimavano perché vedevo con il cuore e le mie emozioni erano in un luogo a me sconosciuto. La materia bianca si alzava dal pendio e si mescolava ai mulinelli provenienti dal corridoio che collegava lo sbocco orientale a quello occidentale del passo senza nome. Ero preoccupato, la neve era dura e non avevo applicato i rampanti agli ski, per cui le gambe guidavano libere spingendo al massimo.
Quel vento lo chiamano Fohn. Nel grande Nord è il chinook, in Italia {[favonio. Mi affa-
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scina il favonio: la sua natura di vento è una ribellione all'inverno. Lui è la centrifuga invisibile che risveglia ogni cosa, è una stagione rapida che appare e scompare e ti lascia sconvolto dopo il suo passaggio. Se non hai riparo, come nel mio caso, il suo effetto è straniante. Di notte, con la luna piena e in un territorio sconosciuto, tutto ciò si moltiplica e si ripercuote scuotendo i sensi e svelando qualcosa di sconosciuto alla mente e al corpo.
Il favonio è un vento caldo e secco, si abbatte quando una corrente d'aria supera una catena montuosa e dopo aver perduto parte della propria umidità scarica acqua, neve o grandine. È meraviglioso il suo lavoro: mentre risale si alleggerisce, e proprio a questo penso andando con la memoria a quel giorno di gennaio. Anch'io salivo verso l'alto e come il favonio — la cui aria si espande e si raffredda — avevo due possibilità. Se mi facevo nuvola umida avrei potuto discendere il versante opposto comprimendomi, e una volta riscaldatomi avrei ritrovato le condizioni di partenza; oppure, come l'aria, avrei potuto arrivare a valle e come una massa più calda di
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quando era partita trovare un nuovo stato del mio essere.
Ma quella sera, nel plenilunio che si attardava lontano dallo sguardo, concentrato sulla salita e in precario equilibrio, osservando la neve scoprii come faceva a difendersi dal vento. Proprio come l'acqua prende la forma di ciò che incontra, così la neve sa diventare vento lasciandosi trasportare ognidove. La forza di quel vento sembrava appiattirci, la neve era inesorabile e lasciava il segno negli anfratti degli indumenti, nello zaino, in gola, e oltre gli occhiali trasparenti notturni.
Non vedevo più i miei compagni ma scoprii presto che lo scollinamento era un lungo corridoio di terra e roccia verso oriente. Spanciai gli ski e mi abbassai per penetrare questa galleria di vento che sembrava avere inghiottito gli altri due. Percorsi poche decine di metri come se stessi camminando nell'eternità: i cumuli di neve erano impressionanti e appena sfociai a est vidi i miei amici seduti ad ammirare una vallata illuminata dalla luna con il bosco rado, la neve che aveva ridisegnato la notte e l'aspetto sereno di un ciclo terso di gennaio con l'aria di prima -
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vera elargita dal favonio, una variazione imprevedibile che ancora indugiava prima di riconsegnarci all'inverno. Con le labbra secche mi accostai a una chiazza di terreno denudato dal vento e riscaldai il cuore con una bevanda calda, ac-cucciato: in pochi attimi ero tornato all'origine di tutto. Il silenzio, la notte, la luce.
Dietro di me il corridoio del tempo macinava il suo clima e preparava il vento prima di rovesciarlo verso occidente: lungo la cresta di un'onda rocciosa mi sembrava di sentire ancora il respiro affannoso di chi allunga il passo, le mani calde e pregne di ossigeno, il silenzio che aveva violato i detriti della salita. Nella voce del vento la neve danzava in mulinelli altissimi. Li vedevo chiaramente e mi sentivo sicuro del fatto che là dentro era rimasto qualcosa di me e la neve intanto volava ovunque.
Posai una mano sul cumulo dove avevo conficcato il thermos e abbracciando il battito della notte cercai di adeguarmi alle circostanze di quella geografia. Ripresi a distinguere la materia bianca e mi risvegliai al suono di una voce che chiedeva, è tutto a posto?, e poi ancora, ci sei?
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Sveglio ero sveglio. Ma non potevo più rispondere. Il 18 gennaio, ricordando la neve, con gli occhi febbricitanti, nel mio diario scrissi: una giornata storica.
«Calzo ski e scarponi da tre giorni. Tre giorni di scivolare nel bianco... tre giorni di luce... tracce inattese... rotte dietro le quali man mano si chiude la lunga notte... tre giorni di nord e di ciclo... tre giorni diversi da tutti gli altri giorni. Anche oggi la neve si è concessa, e ho abbandonato il tempo per fluttuare libero».
Quel giorno di gennaio non avevo potuto rispondere perché mi era accaduto qualcosa di simile a ciò che ho estratto da un nlio taccuino, parole scritte con la calligrafia illeggibile di quando sono in movimento e la mia mano non riesce a fermarsi. Sono appunti che provengono da un viaggio artico di otto anni dopo nel corso dei quali ci sono stati avvenimenti talmente importanti e concentrati da avere inesorabilmente spostato l'ago della mia bussola di viaggiatore verso l'inverno, verso un nord più profondo — un nord dove il desiderio lascia le redini del convoglio all'esperienza
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e alla consapevolezza. Un nord dove ho iniziato a lavorare sui miei limiti con più concretezza, perché la ricerca della mia terra bianca prosegue e nelle variazioni della musica di neve interpreta temi sempre più inattesi.
Durante quell'inverno artico per la prima volta portai gli ski oltre i fatidici 66°33' Nord (il circolo polare artico). Era febbraio, il sole era appena tornato a farsi ammirare sopra la montagna incombente che separa l'isola sulla quale eravamo atterrati dalla terraferma. Le genti di quei luoghi conoscono bene il viaggio della luce artica, scritto dentro di loro come la leggerezza delle vette innevate che coronano la città che per noi fu la soglia luminosa del viaggio nuovo — navigare su una barca, camminare con gli ski.
Ad avvicinare il mare alla montagna ci aveva pensato la natura e noi volevamo percorrere quella linea di frontiera navigando e nevigando, imbarcati sul vascello del capitano Ivar chiamato Fri Flyt, il legno che ci avrebbe concesso di attraversare il ponte fatto d'inverno, entrare nella neve e tornare all'acqua dopo avere percorso correnti marine e poi vallate e ancora
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cime senza nome. Durante il carico del materiale indugiai pensando quanto fosse strano vedere i miei ski adagiati sul ponte della Fri Flyt. Infilatemi nel boccaporto ammirai la cabina piccola, essenziale, sentendomi subito a mio agio. In coperta, sopra di me, il carico restava esposto agli elementi, ben protetto e assicurato al vascello: questo mi faceva sentire sicuro, come se quelle due assi di legno rosse e bianche fossero scialuppe di salvataggio, invece che i miei ski.
Mi immaginai come una sonda che, calata dal cuore d'inverno, viene investita dal calore del guscio galleggiante. Dodici metri di imbarcazione nel mare del nord sono sufficienti per sentire l'indifferenza della terra blu e osservando il mattino solcare il ciclo, come un soffio sulla superficie dell'acqua, mi tornò in mente una splendida canzone di Cristina Dona, Terra Blu:
Vento colorami, filo d'argento sorreggimi, come cambiano i giorni e come cambiano le notti e come cambia la luce se dormi, lo senti... c'è il mare.
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II mio filo d'argento era un riflesso che univa l'acqua e la neve sul quale puntavo il desiderio dei miei prossimi giorni. Tenevo una mappa e i taccuini con me, la reflex sul tavolo della cabina, gli indumenti da neve pronti. Essere in mare ad attendere la terra bianca mi fece pensare ai popoli del Nord, avvezzi a conoscere la neve e a esercitare la sottile arte delle innumerevoli variazioni necessarie alla sopravvivenza, genti che da millenni avevano trasferito dal mare alla terra (e viceversa) la conoscenza delle stelle: skip in norvegese significa nave. Nella stessa lingua ski è quello che noi scriviamo e pronunciamo "sci" come nella sua lingua d'origine. L'uomo ha sempre navigato per superare i propri limiti ma lo ski è un mezzo nato prima della ruota, perché i limiti offerti dalle grandi terre del Nord erano evidentemente orizzonti da esplorare esattamente come i mari: misteriosi e profondi, piuttosto che distanti.
Non deve stupire se il 14 dicembre 1911 fu Roald Amundsen, un norvegese, a giungere per primo al Polo Sud con i suoi uomini. Aveva percorso 1200 chilometri camminando sugli
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ski. Tre settimane più tardi, durante il rientro verso la piccola casa di legno che era stata la base di partenza sulla terraferma, la Framheim, annotava: «[...] per noi sciatori è stata una bella giornata. La neve aveva mollato e lo ski affondava di circa cinque centimetri. Ci siamo lanciati in discesa come un vento impetuoso: che sport meraviglioso».
In cabina, uscendo dal fiordo, ripensavo a quanto Amundsen aveva appreso da Fridtjof Nansen. Mentre fuori scorrevano le montagne innevate, quelle parole mi riportarono al diario di Nansen relativo alla traversata della Groenlandia del 1888 (Nel cuore della Groenlandia. La prima traversata con gli sci, Galaad Edizioni). Circa un quarto di secolo separava questi momenti storici e nulla era cambiato. Di mezzo c'erano sempre neve e ski, grazie ai quali un giovanissimo Nansen aveva saputo riconoscere nella terra bianca l'opportunità del viaggio.
La barca filava nel mare del Nord e il suo calore mi accarezzava. Riconoscevo la sensazione che si prova in quei momenti speciali quando
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nella neve la danza ti ha avvolto al punto da farti sentire come pura energia. Il sole in ciclo, la neve dentro, il calore delle gambe in movimento nel freddo e miracolosamente plastiche — lo ski che scorre, neviga e solca il pendio e poi la neve (ancora la neve) che si lascia attraversare, illudendoti di poterne dominare le dinamiche invisibili. Quel calore mi ricordava che era l'acqua a portarmi dove per la prima volta andavo alla neve seguendo la corrente di un mare oltre il quale vivono solo il ghiaccio e le vie che conducono alla fine del mondo.
Mi piaceva pensare ai giganti Nansen e Amundsen, sentirmi un nano nella terra blu e bianca che li aveva ispirati: il significato ultimo dell'idea di Nord non emana luce intcriore se lasciamo la sua magia agli aridi numeri e alle spiegazioni scientifiche, poiché l'umanità ha in dote un'ingenuità che è sorgente per la vita del suo immaginario, croce e delizia, notte e giorno della sua storia. Ivar, lo skipper, sorrideva mite, aveva riflettuto sulle vie del mare e aveva accettato di condurci riservandosi di scegliere l'approdo perché le correnti e i venti dell'inverno hanno regole a parte.
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Ogni giorno ci avrebbe salutato prima dell'escursione dal livello del mare a quello della fantasia. Il fiordo sembrava fatto per tornare nella creazione in atto, e per me era come ascoltare Gould che diventa Bach eseguendo le sue fughe, i Pink Floyd che svelano il lato buio della luna con la musica del tempo per condurci in uno spazio riconoscibile, al quale tornare dopo il viaggio. Severo ma accogliente, quel braccio di mare offriva allo skipper la custodia della nostra casa galleggiante. Davanti ai primi pendii innevati, con l'imbrago alla vita e il moschettone che correva sul perimetro della Fri Flyt, percorsi la superficie della barca per osservare con deliberata lentezza le montagne. Il vento soffiava'forte e in faccia sentivo l'umido rilasciato dalla bianca materia che incrocia le rotte del vapore acqueo. Il freddo aveva catturato la neve che si era protetta dal tempo restando così come era nata sui pendii. Aveva viaggiato sulle correnti della creazione sopra il mare e servendosi di quelle stesse correnti si era distribuita altrove. Solcate le acque scure senza incrociare altri naviganti, lo skipper ci condusse a un'isola solitària, dove la neve
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era immobile e il vento stranamente soggiogato dalla terra. Ivar conosceva bene i suoi fiordi e ci offriva la prima opportunità. Aveva già visto per noi il pendio dove iniziare e così ci preparammo al primo approdo, pronti per l'avventura, pronti a entrare nel vivo della metamorfosi da ospiti del mare a camminatori del bianco venuti dal vascello Fri Flyt — "libera fluttua" — per scoprire giorni grandi.
La luce artica è una sorgente. Non è difficile ingannarsi sulle distanze (e anche sulle apparizioni) e prima che Ivar potesse lanciare la corda sul molo ci volle tempo. Vicini all'ormeggio lo osservai saltare a terra, dove assicurò la Fri Flyt. Poi sorrise. Scavalcammo il ghiaccio lavorato dal vento aggrappato al molo, ci riparammo in un piccolo cantiere nel capannone adiacente e iniziammo le operazioni. È ancora viva nella memoria la sequenza di gesti di quell'ora speciale: la vestizione (rito preciso e importante per lo ski escursionista), i primi passi e la sensazione che finalmente ero proprio lì dove la neve era distesa sull'isola, lì che stavo scivolando avanti con gli ski, verso me stesso.
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Ho l'abitudine di non usare subito gli occhiali da sole perché nei primi attimi dell'incontro voglio fissare la neve. E più la fisso più mi inghiotte, tanto da essermi convinto che questa è l'azione di ciò che viene sprigionato dal cuore della materia bianca e non il riflesso della luce. È un moto lento e ipnotico che mi culla e io sento che i primi momenti devono essere curati con attenzione, perché devo sintonizzarmi. Non è semplice trovare compagni di neve che avvertano o comprendano questa necessità. Sono tacite conoscenze dell'interiorità condivise e allora cerco di farlo in silenzio. E non appena i sensi dicono che il flusso di luce capace di sgorgare dal tempo imprigionato nella neve è entrato nel mio sguardo, 'so che il viaggio bianco è in atto.
Sono istanti che amo perché ho come la sensazione che la neve si trasformi in me per comprendere il desiderio di un essere umano alla ricerca delle sue variazioni. Quella luce e quell'energia sono la medicina che rigenera il corpo e trasforma la visione della mia anima in cammino. Se così non fosse — pensai quel pomeriggio di febbraio — perché le tracce di
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alce dovrebbero apparirmi come un messaggio dalla terra del silenzio, il richiamo e il saluto degli altri animali?
Eravamo nelle terre alte del pianeta, avevamo solcato le sue acque e dopo avere risalito il pendio imbiancato tra le betulle — dove la neve è il tempo della clessidra d'inverno — ci stavamo dirigendo verso la destinazione. Sotto gli ski sentivo l'inconsistenza del biancore, il terreno fremente e appagato dalla quiete dopo due settimane di blizzard.
Il mondo, oltre quegli spazi, proseguiva il suo viaggio. Salivo girando il capo di continuo verso l'orizzonte dove la neve scivolava in acqua riannodando le isole sparse come un filo d'argento che indicava la via sino al mare aperto. Ognuno di noi era alle prese con il suo tema e sono sicuro che dentro si mormorava la musica dei colori crepuscolari offerti da quel mondo annidato nell'inverno; ognuno di noi poteva ascoltare la musica familiare che risuona nella traccia e si disperde in lontananza dove il tempo abbandona l'istante, si fa memoria e infine gioia in cristalli di cuore.
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Non stavamo andando verso nuove terre. Eravamo umilmente diretti verso mete a noi incognite. Grazie alla promessa di avventura la serenità ci era amica e il ciclo proteggeva la traccia. Il calore delle gambe in azione e il movimento del vento si erano dati appuntamento su una piccola cima innevata, ampia come un pascolo, dove pietre nervose e frastagliate richiamavano la severità di quella catena montuosa. Arrivati lassù, per alcuni minuti nessuno parlò. La conversazione della salita era diventata l'impressione condivisa di essere stati cullati dalla terra. Eravamo forme e avevamo preso vita mentre la neve modificava la percezione. Liberi fluttuavamo dalla neve sin dentro il mare.