2
Tutto
inizia quando il viaggio quotidiano si interrompe, il respiro si
ferma e cambia ritmo, la neve arriva sempre uguale eppure diversa dal
ricordo che ci portiamo dentro. Ogni fiocco è un suono puro e
traccia i movimenti della musica, continua come una fuga scritta
nell'universo per non cessare mai; ogni cristallo è lo sguardo della
meraviglia, il grembo del silenzio, il tessuto di un abito della
mente. Bastano i primi
fiocchi per vedere il disegno di un nuovo mondo. Se ci pensate è una
bellissima sfida, l'opportunità di cambiare registro, l'invito a
riconoscere il ritmo della variazione sul viaggio. E poiché la neve
è la placenta del mondo, essa è il viaggio nuovo che possiamo
trovare nell'universo tutto racchiuso dentro il piccolo fiocco di
neve, esattamente come fosse un seme.
È
pur questo il semplice atto che mi ha spinto ad abbandonare la strada
conosciuta per apprendere come accettare il dono della neve. Quando
atterra e i passi la calpestano, io sono già parte della metamorfosi
e se non esiste l'inizio, nulla abbiamo da temere, perché non esiste
la fine. Alle spalle resta la materia bianca che ha prodotto la
musica e davanti agli occhi si svela il cammino da decifrare. Dentro
l'iride si delinea una mappa, le fibre ottiche precedono i sensi
perché nella neve, i nostri sensi sono emozioni.
Quando
i piedi rivelano il suono ovattato della neve fresca, possiamo
sentirlo perché la neve produce il silenzio dal quale emerge ogni
più delicato cambiamento e le sue note si con-
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catenano
attingendolo dalla luce che il ciclo intaglia nella distesa. Lasciata
la via principale, sostenuto dal silenzio del cammino bianco, vedo la
neve e mi inoltro verso l'Oltre, consapevole che sarò in grado di
riconoscere il compimento della lenta metamorfosi nel giorno in cui
l'iride sarà
la
mappa lucida come il mare e il ciclo dopo la tempesta. Avrò visto
un'altra terra bianca. Avrò udito la variazione nuova. Avrò
riempito i sensi. Avrò soddisfatto il corpo nella pienezza
dell'avventura sentendomi parte di tutto.
Se
penso ai cristalli di neve e alle infinite forme che possono
assumere, immagino la conversazione con tutto ciò che hanno
conosciuto. E quando mi appresto a compiere il primo viaggio
attraverso la terra bianca, non mi allarmo se i punti di riferimento
sembrano confondersi sino a perdersi nello spazio. Le ragioni della
neve si radunano nella grande radura dei sogni, il suo silenzio si fa
luce e provoca lo sguardo. Vengo catturato dalla materia bianca che è
la mia sirena e il corpo sa che corteggiare questa amante concede
voli immensi ma sottopone difficili enigmi;
19
come
in Song
to thè Siren di
Tim Buckley «[...] sono disorientato come il neonato, agitato come
la marea» ma dico lo stesso «neve prendimi, e portami con te».
Ernest
Shackleton, di ritorno dalla spedizione antartica 1914-1916 durante
la quale perse la nave Endurance e
vagò tra il continente bianco e i suoi mari per due anni, riassunse
come segue con folgorante lucidità l'essenza del suo viaggio bianco
in rapporto alla potenza della natura: «Eravamo arrivati un anno e
mezzo prima con una nave bene equipaggiata e grandi speranze. Avevamo
sofferto, fatto la fame e trionfato umiliandoci ma agguantando la
gloria, diventando più grandi dentro la grandezza di tutto quello
che ci stava intorno. Avevamo visto Dio nel suo splendore e ascoltato
il racconto che la Natura ti impone. Avevamo raggiunto l'anima nuda
dell'uomo».
Il
viaggio della Endurance e
i ghiacci del continente bianco sono stati un nutrimento importante
nella mia vita. Da quei libri ho tratto grandi lezioni elaborate
camminando nella neve, poiché l'astrazione, quando si vuole parlare
di Terra, ha
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poco
senso senza esperienza. Ho dunque sognato il mio viaggio bianco come
un presente continuo, dialogando con questo desiderio per entrare
nella terra bianca e andare verso il cuore del mistero. Ci sono stati
giorni in cui ho avvertito che la materia bianca era stata generata
da un sogno. Quella neve mi appariva come un dono meraviglioso che si
concedeva al desiderio, il premio per averla immaginata e cercata.
A
freddo penso che l'essenza della materia bianca risieda in un luogo
senza coordinate, e che l'unico modo per poterla vedere sulla soglia
del mondo è quando compie il suo volo libero nel ciclo. Ci sono
giorni in cui esco con gli ski mentre nevica e scelgo luoghi solitari
per stare in ascolto e perdermi. Mentre tutto si trasforma, io sono
parte della metamorfosi perché la materia bianca si fa riconoscere
prendendo la forma del tempo in cui vive. A che servirebbe
conoscere le coordinate di quello spazio prezioso?, mi
chiedo. E allora cammino con il viso bagnato nell'orizzonte bianco
che è la mia casa.
Chi
studia la neve, racconta di una magia. La neve inizia a
cristallizzarsi intorno a un granello
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di
polvere sospeso, a volte, sino a diecimila metri di altezza: ciò
accade quando il vapore acqueo si condensa. La neve respira ad
altezze
per
noi impossibili catturando un frammento di ciclo che conduce sullo
stesso suolo dove i miei passi sentono il ciclo farsi terra. Le
stelle sono i fiocchi riuniti a indicarci la via del ciclo, perché
sono la conoscenza dell'universo e il desiderio di un sentiero sotto
la neve è la mia immagine di un uomo che solca la montagna innevata.
Arrivato in fondo al cammino bianco la mia anima è diversa, la
percezione, lo sguardo e i sensi subiscono un'evoluzione invisibile.
È anche ciò che accade a un fiocco di neve. Il suo volo neviga il
ciclo e incontra le circostanze della pròpria storia sino a posarsi
dove questa storia verrà raccontata dalla terra.
Quando
osservo il blu terso sopra la montagna al mattino dove il colore si
spalma sino a intingere i cumuli ventati nell'abisso azzurro, sento
l'emozione che si fa movimento: la montagna di ieri non può farmi
prevedere quella di domani ed è per questo che torno a lei per
conversare con la neve. Io amo le mie tavole per-
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che
sotto gli ski la neve parla di verità immutabili, dona la gioia pura
e infantile dell'istante, e nel grande bianco mi concede la visione
del passaggio di uno spirito veloce che vive nella terra. Ecco cosa
penso di sapere circa la metamorfosi, la neve e le sue variazioni.
Lei — la neve — tutte queste cose già le sa come sa che non
esisteranno mai due cristalli uguali perché la vita è una ma le sue
forme sono infinite.
È
il segreto di chi viaggia la vita, come scrisse Fridtjof Nansen: «Che
meraviglia queste corse sugli ski attraverso la natura silenziosa!
Tutto intorno si distendono campi di ghiaccio immersi nell'argentea
luce lunare; dalle gibbosità si stagliano qui e là scure ombre
fredde i cui lati riflettono flebilmente il crepuscolo. Il tutto si
fonde in pura e indescrivibile armonia. Certe volte aneli di poter
tradurre queste scene in musica. Che accordi potenti ci vorrebbero
per interpretarle ! ».
Come
in tutte le storie, anche nella mia esiste un giorno in cui la
decisione di uscire (anche metaforicamente) dal sentiero battuto è
ma-
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turata.
E da allora niente fu più come prima. Quando emergi da un percorso
nel quale ti nutrì di desiderio e incertezza, mentre ti alleni per
andare oltre il tuo rapporto con la fatica alla ricerca di un
equilibrio, scopri che la musica migliore è quella dell'armonia,
fatta di suoni che ti invitano ad aderire alla bellezza senza
violentare il tuo carattere. Con la neve ho vissuto un vero rito di
preparazione, nel corso di inverni durante i quali ho ritrovato le
note pure lasciate in sospeso da ragazzo. Presa la decisione,
espresso il desiderio, ho seguito due amici per un'escursione con
pernottamento in una truna scavata nella neve. Non sapevo skiare ma
quel giorno si trattava principalmente di camminare e poi nel freddo
di inizio gennaio attendere l'alba in un luogo a me noto ma talmente
trasformato dalla materia bianca che non potrò mai dimenticare
quell'inizio così strabiliante.
Un
anno dopo venne la mattina della prima escursione importante,
impegnativa e ancora in notturna. Era arrivato il giorno di un altro
incontro con la terra bianca, e dopo tante escursioni di scoperta e
apprendimento finalmente la
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distesa
dove uscire dalla strada battuta si presentava come una possibilità
concreta. Ricordo tutto come sospeso, come se fosse fatto apposta per
quel rito di iniziazione. Altre volte avevo risalito i pendii di casa
sotto la luna ma questa volta sarei entrato nella notte per dirigermi
verso luoghi a me sconosciuti per attraversarli e approdare altrove.
La
partenza era stabilita per il tramonto e si doveva terminare nel
cuore della notte, prima dell'alba, perché l'idea era di
attraversare il territorio; per me significava anche viaggiare da un
punto all'altro di me stesso per capire se la musica della neve
poteva diventare la mia guida. Sentivo questa uscita come un viaggio
sulla luna, non solo perché la sua luce argentea ci avrebbe guidato
ma perché avevo immaginato la neve di alture mai visitate dai miei
occhi farsi scandaglio delle emozioni in movimento.
Risalendo
i tornanti della strada immersa nella neve il mio stomaco fremeva
come quando sto per scrivere un testo che ancora non so bene dove mi
condurrà. Il corpo, la mente e l'ambizione di fare un passo
ulteriore verso la mate-
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ria
bianca stavano per negoziare lo stretto che conduceva all'approdo di
un desiderio a lungo covato. Dovevo liberarmi dai carichi superflui,
idee e paure portate dentro per anni, e ricordo che osservando la
distesa da dove saremmo partiti pensai che i miei ski sarebbero stati
lo strumento per arrivare a qualcosa di più grande: la materia
bianca, la neve ambasciatrice dell'orizzonte vasto. Come la
scrittura, che conduce a mete più alte, così erano i miei piccoli
vascelli:
Io
ero la loro vela, il loro albero, il loro timone. Il loro capitano.
Alla
partenza della piccola spedizione notturna la neve già indicava come
arare la terra. Lasciai partire i miei compagni e mi soffermai a
guardare la materia bianca, il ciclo che volgeva alla notte, le
striature delle nubi e la strana quiete del territorio. Era quella
l'immensità nella quale avrei camminato sino al nuovo giorno e io
stavo chiedendo tanto alla neve, sapendo che sarebbe arrivata una
risposta decisiva.
Dopo
la prima risalita, superato un restringimento tra le rocce rallentai
per osservare gli amici. Erano davanti a me e io stavo prendendo
26
le
distanze dalle paure del passato. La neve, così pareva, mi
incoraggiava invitandomi a seguire attentamente la conversazione tra
gli ski e il terreno: in breve il vento sarebbe giunto a rimescolare
i bianchi cristalli posati a terra in una grande distesa bianca e in
quel dialogo avrei potuto trovare preziosi consigli. I larici in
lontananza si avvicinavano lenti, come se fossi io ad attenderli e
non loro fermi sulla montagna che avrei presto traversato. I grandi
sassi, parzialmente imbiancati e disegnati dai licheni, si
avvolgevano alla terra come spiriti del nord adagiati lungo la conca;
la terra bianca, e infine gli strati di neve, parlavano un linguaggio
semplice ma non per questo facile da assimilare.
Davanti
a tutto ciò, certo che sarebbe stata la prima e ultima occasione di
quella sera, annotai: «[...] c'è un segnale di freddo sulle mie
mani, nuvole che danzano un sensuale tango con i vapori del mondo su
questa solitària via. Mi sembra che nella neve si capisca meglio il
proprio destino. Colori impastati al cielo, venti nascosti e crudi,
passaggi invisibili. Adesso che ho trovato un canto, lo seguirò e
supererò il timore
27
sino
a trovare una strada accogliente per la mia visione che cambia».
Agli
occhi di chi corre sulle vie del mondo, forse sfugge il lento
scorrere dell'inconscio di fronte all'immensità della terra. Questo
flusso è un cammino che non può essere soggiogato alle
ore
dell'uomo e ogni volta che sono troppo impegnato a pensare a me
stesso, accelero il passo e mi capita di perdere il segnale perché
correre rende la terra più piccola e il tempo più incombente. Ci
sono attimi in cui il cammino ci parla e rendere veloce un cammino
nato per svelare qualcosa ci illude e ci inganna.
La
materia bianca, in apparenza immutabile, è l'orizzonte in gioco —
lo svelamento di questa
profondità che si fa superficie per attrarmi sulla nuova terra dove
viaggio come un'emozione che
traccia
un percorso. Per questo in ambiente, nelle distese bianche e tra le
conifere, apprendo a rallentare e abbandonare le redini al destino:
li cerco di seguire l'intelligenza dei piedi e superare i miei limiti
più profondi di fronte alla natura che parla, e alla neve che si
trasforma in una fuga di note.
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I
miei amici erano sempre avanti. Ripresi la via bianca. All'orizzonte
nel crepuscolo la loro traccia era evidente e il segno rosa nel ciclo
brillava come il richiamo della notte quando annuncia il vento.
Intanto la conifera si avvicinava, gli alberi giacevano immobili e la
neve non si muoveva: ogni cosa era ferma e pronta a entrare in azione
con il vento annunciato. Fatte le prime inversioni sul traverso che
ci doveva portare a un passo senza nome, trovai l'amico Franco ad
attendermi. Era fermo sul ripido e voleva battezzarmi davanti al
vento, ai larici e alla neve. Mi stava insegnando a credere nella via
invisibile e voleva che ciò accadesse nel cuore dell'inverno, così
mi era sembrato. Il suo sorriso mi rincuo-rava ma nel buio che
precede la risalita della luna nella volta celeste lo zaino si fa più
pesante. Intanto gli ski avanzavano opponendo un secco rifiuto alla
ragione che voleva ritirarsi da tutto ciò. Era come se le dinamiche
in gioco provenissero da un mondo antico e il loro movimento fosse un
sogno sul punto di materializzarsi. Per quel breve attimo provai la
sensazione di essere una vela pronta a dispiegarsi. Passarono pochi
29
minuti
prima che il vento arrivasse violento contro il pendio e non potendo
fermarci gli altri accelerarono la salita, mentre io ancora dubbioso
proseguivo con il mio passo. Quando vidi l'ultimo compagno tuffarsi
dentro quelle folate che si accavallavano come marosi, opposi
resistenza alla cascata invisibile in caduta libera dal passo. Il
vento sembrava andare proprio lassù a raccogliere le forze prima di
farsi scagliare verso valle. I miei occhi lacrimavano indifesi, non
so se per la puntura della neve o per la consapevolezza che stava
davvero cambiando tutto: lacrimavano perché vedevo con il cuore e le
mie emozioni erano in un luogo a me sconosciuto. La materia bianca si
alzava dal pendio e si mescolava ai mulinelli provenienti dal
corridoio che collegava lo sbocco orientale a quello occidentale del
passo senza nome. Ero preoccupato, la neve era dura e non avevo
applicato i rampanti agli ski, per cui le gambe guidavano libere
spingendo al massimo.
Quel
vento lo chiamano Fohn. Nel
grande Nord è il chinook, in
Italia {[favonio. Mi
affa-
30
scina
il favonio: la sua natura di vento è una ribellione all'inverno. Lui
è la centrifuga invisibile che risveglia ogni cosa, è una stagione
rapida che appare e scompare e ti lascia sconvolto dopo il suo
passaggio. Se non hai riparo, come nel mio caso, il suo effetto è
straniante. Di notte, con la luna piena e in un territorio
sconosciuto, tutto ciò si moltiplica e si ripercuote scuotendo i
sensi e svelando qualcosa di sconosciuto alla mente e al corpo.
Il
favonio è un vento caldo e secco, si abbatte quando una corrente
d'aria supera una catena montuosa e dopo aver perduto parte della
propria umidità scarica acqua, neve o grandine. È meraviglioso il
suo lavoro: mentre risale si alleggerisce, e proprio a questo penso
andando con la memoria a quel giorno di gennaio. Anch'io salivo verso
l'alto e come il favonio — la cui aria si espande e si raffredda —
avevo due possibilità. Se mi facevo nuvola umida avrei potuto
discendere il versante opposto comprimendomi, e una volta
riscaldatomi avrei ritrovato le condizioni di partenza; oppure, come
l'aria, avrei potuto arrivare a valle e come una massa più calda di
31
quando
era partita trovare un nuovo stato del mio essere.
Ma
quella sera, nel plenilunio che si attardava lontano dallo sguardo,
concentrato sulla salita e in precario equilibrio, osservando la neve
scoprii come faceva a difendersi dal vento. Proprio come l'acqua
prende la forma di ciò che incontra, così la neve sa diventare
vento lasciandosi trasportare ognidove. La forza di quel vento
sembrava appiattirci, la neve era inesorabile e lasciava il segno
negli anfratti degli indumenti, nello zaino, in gola, e oltre gli
occhiali trasparenti notturni.
Non
vedevo più i miei compagni ma scoprii presto che lo scollinamento
era un lungo corridoio di terra e roccia verso oriente. Spanciai gli
ski e mi abbassai per penetrare questa galleria di vento che sembrava
avere inghiottito gli altri due. Percorsi poche decine di metri come
se stessi camminando nell'eternità: i cumuli di neve erano
impressionanti e appena sfociai a est vidi i miei amici seduti ad
ammirare una vallata illuminata dalla luna con il bosco rado, la neve
che aveva ridisegnato la notte e l'aspetto sereno di un ciclo terso
di gennaio con l'aria di prima -
32
vera
elargita dal favonio, una variazione imprevedibile che ancora
indugiava prima di riconsegnarci all'inverno. Con le labbra secche mi
accostai a una chiazza di
terreno denudato dal vento e riscaldai il cuore con una bevanda
calda, ac-cucciato: in pochi attimi ero tornato all'origine di tutto.
Il silenzio, la notte, la luce.
Dietro
di me il corridoio del tempo macinava il suo clima e preparava il
vento prima di rovesciarlo verso occidente: lungo la cresta di
un'onda rocciosa mi sembrava di sentire ancora il respiro affannoso
di chi allunga il passo, le mani calde e pregne di ossigeno, il
silenzio che aveva violato i detriti della salita. Nella voce del
vento la neve danzava in mulinelli altissimi. Li vedevo chiaramente e
mi sentivo sicuro del fatto che là dentro era rimasto qualcosa di me
e la neve intanto volava ovunque.
Posai
una mano sul cumulo dove avevo conficcato il thermos e abbracciando
il battito della notte cercai di adeguarmi alle circostanze di quella
geografia. Ripresi a distinguere la materia bianca e mi risvegliai al
suono di una voce che chiedeva, è tutto a posto?, e poi
ancora, ci sei?
33
Sveglio
ero sveglio. Ma non potevo più rispondere. Il 18 gennaio, ricordando
la neve, con gli occhi febbricitanti, nel mio diario scrissi: una
giornata storica.
«Calzo
ski e scarponi da tre giorni. Tre giorni di scivolare nel bianco...
tre giorni di luce... tracce inattese... rotte dietro le quali man
mano si chiude la lunga notte... tre giorni di nord e di ciclo... tre
giorni diversi da tutti gli altri giorni. Anche oggi la neve si è
concessa, e ho abbandonato il tempo per fluttuare libero».
Quel
giorno di gennaio non avevo potuto rispondere perché mi era accaduto
qualcosa di simile a ciò che ho estratto da un nlio taccuino, parole
scritte con la calligrafia illeggibile di quando sono in movimento e
la mia mano non riesce a fermarsi. Sono appunti che provengono da un
viaggio artico di otto anni dopo nel corso dei quali ci sono stati
avvenimenti talmente importanti e concentrati da avere
inesorabilmente spostato l'ago della mia bussola di viaggiatore verso
l'inverno, verso un nord più profondo — un nord dove il desiderio
lascia le redini del convoglio all'esperienza
34
e
alla consapevolezza. Un nord
dove ho iniziato a lavorare sui miei limiti con più concretezza,
perché la ricerca della mia terra bianca prosegue e nelle variazioni
della musica di neve interpreta temi sempre più inattesi.
Durante
quell'inverno artico per la prima volta portai gli ski oltre i
fatidici 66°33' Nord (il circolo polare artico). Era febbraio, il
sole era appena tornato a farsi ammirare sopra la montagna incombente
che separa l'isola sulla quale eravamo atterrati dalla terraferma. Le
genti di quei luoghi conoscono bene il viaggio della luce artica,
scritto dentro di loro come la leggerezza delle vette innevate che
coronano la città che per noi fu la soglia luminosa del viaggio
nuovo — navigare su una barca, camminare con gli ski.
Ad
avvicinare il mare alla montagna ci aveva pensato la natura e noi
volevamo percorrere quella linea di frontiera navigando e nevigando,
imbarcati sul vascello del capitano Ivar chiamato Fri Flyt,
il legno che ci avrebbe concesso
di attraversare il ponte fatto d'inverno, entrare nella neve e
tornare all'acqua dopo avere percorso correnti marine e poi vallate e
ancora
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cime
senza nome. Durante il carico del materiale indugiai pensando quanto
fosse strano vedere i miei ski adagiati sul ponte della Fri
Flyt. Infilatemi
nel boccaporto ammirai la cabina piccola, essenziale, sentendomi
subito a mio agio. In coperta, sopra di me, il carico restava esposto
agli elementi, ben protetto e assicurato al vascello: questo mi
faceva sentire sicuro, come se quelle due assi di legno rosse e
bianche fossero scialuppe di salvataggio, invece che i miei ski.
Mi
immaginai come una sonda che, calata dal cuore d'inverno, viene
investita dal calore del guscio galleggiante. Dodici metri di
imbarcazione nel mare del nord sono sufficienti per sentire
l'indifferenza della terra blu e osservando il mattino solcare il
ciclo, come un soffio sulla superficie dell'acqua, mi tornò in mente
una splendida canzone di Cristina Dona, Terra Blu:
Vento
colorami, filo d'argento sorreggimi, come cambiano i giorni e come
cambiano le notti e come cambia la luce se dormi, lo senti... c'è il
mare.
36
II
mio filo d'argento era un riflesso che univa l'acqua e la neve sul
quale puntavo il desiderio dei miei prossimi giorni. Tenevo una mappa
e i taccuini con me, la reflex sul tavolo della cabina, gli indumenti
da neve pronti. Essere in mare ad attendere la terra bianca mi fece
pensare ai popoli del Nord, avvezzi a conoscere la neve e a
esercitare la sottile arte delle innumerevoli variazioni necessarie
alla sopravvivenza, genti che da millenni avevano trasferito dal mare
alla terra (e viceversa) la conoscenza delle stelle: skip
in norvegese significa nave.
Nella stessa lingua ski è quello che noi scriviamo e pronunciamo
"sci" come nella sua lingua d'origine. L'uomo ha sempre
navigato per superare i propri limiti ma lo ski è un mezzo nato
prima della ruota, perché i limiti offerti dalle grandi terre del
Nord erano evidentemente orizzonti da esplorare esattamente come i
mari: misteriosi e profondi, piuttosto che distanti.
Non
deve stupire se il 14 dicembre 1911 fu Roald Amundsen, un norvegese,
a giungere per primo al Polo Sud con i suoi uomini. Aveva percorso
1200 chilometri camminando sugli
37
ski.
Tre settimane più tardi, durante il rientro verso la piccola casa di
legno che era stata la base di partenza sulla terraferma, la
Framheim,
annotava:
«[...] per noi sciatori è stata una bella giornata. La neve aveva
mollato e lo ski affondava di circa cinque centimetri. Ci siamo
lanciati in discesa come un vento impetuoso: che sport meraviglioso».
In
cabina, uscendo dal fiordo, ripensavo a quanto Amundsen aveva appreso
da Fridtjof Nansen. Mentre fuori scorrevano le montagne innevate,
quelle parole mi riportarono al diario di Nansen relativo alla
traversata della Groenlandia del 1888 (Nel cuore della
Groenlandia. La prima traversata con gli sci, Galaad
Edizioni). Circa un quarto di secolo separava questi momenti storici
e nulla era cambiato. Di mezzo c'erano sempre neve e ski, grazie ai
quali un giovanissimo Nansen aveva saputo riconoscere nella terra
bianca l'opportunità del viaggio.
La
barca filava nel mare del Nord e il suo calore mi accarezzava.
Riconoscevo la sensazione che si prova in quei momenti speciali
quando
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nella
neve la danza ti ha avvolto al punto da farti sentire come pura
energia. Il sole in ciclo, la neve dentro, il calore delle gambe in
movimento nel freddo e miracolosamente plastiche — lo ski che
scorre, neviga e solca il pendio e poi la neve (ancora la neve) che
si lascia attraversare, illudendoti di poterne dominare le dinamiche
invisibili. Quel calore mi ricordava che era l'acqua a portarmi dove
per la prima volta andavo alla neve seguendo la corrente di un mare
oltre il quale vivono solo il ghiaccio e le vie che conducono alla
fine del mondo.
Mi
piaceva pensare ai giganti Nansen e Amundsen, sentirmi un nano nella
terra blu e bianca che li aveva ispirati: il significato ultimo
dell'idea di Nord non emana luce intcriore se lasciamo la sua magia
agli aridi numeri e alle spiegazioni scientifiche, poiché l'umanità
ha in dote un'ingenuità che è sorgente per la vita del suo
immaginario, croce e delizia, notte e giorno della sua storia. Ivar,
lo skipper, sorrideva mite, aveva riflettuto sulle vie del mare e
aveva accettato di condurci riservandosi di scegliere l'approdo
perché le correnti e i venti dell'inverno hanno regole a parte.
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Ogni
giorno ci avrebbe salutato prima dell'escursione dal livello del mare
a quello della fantasia. Il fiordo sembrava fatto per tornare nella
creazione in atto, e per me era come ascoltare Gould che diventa Bach
eseguendo le sue fughe, i Pink Floyd che svelano il lato buio della
luna con la musica del tempo per condurci in uno spazio
riconoscibile, al quale tornare dopo il viaggio. Severo ma
accogliente, quel braccio di mare offriva allo skipper la custodia
della nostra casa galleggiante. Davanti ai primi pendii innevati, con
l'imbrago alla vita e il moschettone che correva sul perimetro della
Fri Flyt, percorsi la
superficie della barca per osservare con deliberata lentezza le
montagne. Il vento soffiava'forte e in faccia sentivo l'umido
rilasciato dalla bianca materia che incrocia le rotte del vapore
acqueo. Il freddo aveva catturato la neve che si era protetta dal
tempo restando così come era nata sui pendii. Aveva viaggiato sulle
correnti della creazione sopra il mare e servendosi di quelle stesse
correnti si era distribuita altrove. Solcate le acque scure senza
incrociare altri naviganti, lo skipper ci condusse a un'isola
solitària, dove la neve
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era
immobile e il vento stranamente soggiogato dalla terra. Ivar
conosceva bene i suoi fiordi e ci offriva la prima opportunità.
Aveva già visto per noi il pendio dove iniziare e così ci
preparammo al primo approdo, pronti per l'avventura, pronti a entrare
nel vivo della metamorfosi da ospiti del mare a camminatori del
bianco venuti dal vascello Fri Flyt — "libera
fluttua" — per scoprire giorni grandi.
La
luce artica è una sorgente. Non è difficile ingannarsi sulle
distanze (e anche sulle apparizioni) e prima che Ivar potesse
lanciare la corda sul molo ci volle tempo. Vicini all'ormeggio lo
osservai saltare a terra, dove assicurò la Fri Flyt. Poi
sorrise. Scavalcammo il ghiaccio lavorato dal vento aggrappato al
molo, ci riparammo in un piccolo cantiere nel capannone adiacente e
iniziammo le operazioni. È ancora viva nella memoria la sequenza di
gesti di quell'ora speciale: la vestizione (rito preciso e importante
per lo ski escursionista), i primi passi e la sensazione che
finalmente ero proprio lì dove la neve era distesa sull'isola, lì
che stavo scivolando avanti con gli ski, verso me stesso.
41
Ho
l'abitudine di non usare subito gli occhiali da sole perché nei
primi attimi dell'incontro voglio fissare la neve. E più la fisso
più mi inghiotte, tanto da essermi convinto che questa è l'azione
di ciò che viene sprigionato dal cuore della materia bianca e non il
riflesso della luce. È un moto lento e ipnotico che mi culla e io
sento che i primi momenti devono essere curati con attenzione, perché
devo sintonizzarmi. Non è semplice trovare compagni di neve che
avvertano o comprendano questa necessità. Sono tacite conoscenze
dell'interiorità condivise e allora cerco di farlo in silenzio. E
non appena i sensi dicono che il flusso di luce capace di sgorgare
dal tempo imprigionato nella neve è entrato nel mio sguardo, 'so che
il viaggio bianco è in atto.
Sono
istanti che amo perché ho come la sensazione che la neve si
trasformi in me per comprendere il desiderio di un essere umano alla
ricerca delle sue variazioni. Quella luce e quell'energia sono la
medicina che rigenera il corpo e trasforma la visione della mia anima
in cammino. Se così non fosse — pensai quel pomeriggio di febbraio
— perché le tracce di
42
alce
dovrebbero apparirmi come un messaggio dalla terra del silenzio, il
richiamo e il saluto degli altri animali?
Eravamo
nelle terre alte del pianeta, avevamo solcato le sue acque e dopo
avere risalito il pendio imbiancato tra le betulle — dove la neve è
il tempo della clessidra d'inverno — ci stavamo dirigendo verso la
destinazione. Sotto gli ski sentivo l'inconsistenza del biancore, il
terreno fremente e appagato dalla quiete dopo due settimane di
blizzard.
Il
mondo, oltre quegli spazi, proseguiva il suo viaggio. Salivo girando
il capo di continuo verso l'orizzonte dove la neve scivolava in acqua
riannodando le isole sparse come un filo d'argento che indicava la
via sino al mare aperto. Ognuno di noi era alle prese con il suo tema
e sono sicuro che dentro si mormorava la musica dei colori
crepuscolari offerti da quel mondo annidato nell'inverno; ognuno di
noi poteva ascoltare la musica familiare che risuona nella traccia e
si disperde in lontananza dove il tempo abbandona l'istante, si fa
memoria e infine gioia in cristalli di cuore.
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Non
stavamo andando verso nuove terre. Eravamo umilmente diretti verso
mete a noi incognite. Grazie alla promessa di avventura la serenità
ci era amica e il ciclo proteggeva la traccia. Il calore delle gambe
in azione e il movimento del vento si erano dati appuntamento su una
piccola cima innevata, ampia come un pascolo, dove pietre nervose e
frastagliate richiamavano la severità di quella catena montuosa.
Arrivati lassù, per alcuni minuti nessuno parlò. La conversazione
della salita era diventata l'impressione condivisa di essere stati
cullati dalla terra. Eravamo forme e avevamo preso vita mentre la
neve modificava la percezione. Liberi fluttuavamo dalla neve sin
dentro il mare.
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